Accreditamento Joint Commission International (JCI) 

Quando la qualità e la sicurezza delle cure diventano un metodo e un impegno pubblico vero

Chi lavora in sanità lo sa: la qualità non è un’etichetta, e la sicurezza non è uno slogan, ma sono scelte quotidiane, spesso silenziose, che si traducono in procedure, formazione, verifiche, cultura organizzativa. Eppure, proprio perché “non si vede” sempre, la qualità ha bisogno anche di un linguaggio condiviso e di un riconoscimento che la renda misurabile, confrontabile, migliorabile. 

Ed è in quest’ottica che l’accreditamento Joint Commission International (JCI) assume un significato particolare: non come trofeo da esibire, ma come sistema di garanzie che obbliga, nell’accezione più positiva del termine, a rendere la sicurezza delle cure un processo strutturato, verificabile, replicabile. Da manager sanitario, considero la scelta di puntare alla JCI uno degli atti più chiari di responsabilità verso pazienti, famiglie e professionisti: significa dire, senza ambiguità, che vogliamo misurarci con standard internazionali e accettare una valutazione esterna rigorosa ed inflessibile. 

Molte strutture sanitarie e sociosanitarie “lavorano bene”, ma la domanda che JCI ci costringe a porci è più scomoda e più utile: lavoriamo bene in modo prevedibile, sempre, anche quando siamo sotto pressione? La qualità e la sicurezza delle cure che reggono nel tempo non dipendono dall’eroismo dei singoli, ma dalla solidità del sistema e della organizzazione. L’approccio JCI mette al centro due elementi che, in riabilitazione, non possono essere negoziabili: sicurezza del paziente come priorità operativa, non solo valoriale e governance clinica: percorsi, indicatori, gestione del rischio, audit, tracciabilità delle decisioni. In altre parole: non basta sapere cosa è giusto fare; bisogna dimostrare di avere un’organizzazione capace di farlo con coerenza, di intercettare gli errori prima che diventino eventi avversi o, nella peggiore delle ipotesi, eventi sentinella e di imparare in modo strutturato da ciò che non funziona. 

Quando si parla di rischio sanitario o clinico, molti pensano immediatamente alle aree acute, eppure la riabilitazione è un ambiente complesso, dove il rischio non è meno rilevante: è semplicemente più sfaccettato e, a volte, meno evidente. Parliamo di pazienti con: instabilità posturale e rischio cadute; disfagia e rischio di aspirazione; deficit cognitivi o comportamentali che impattano consenso, aderenza, sicurezza; infezioni, spasticità, dolore, fatica, vulnerabilità cutanea (lesioni da pressione); comorbidità internistiche e polifarmacoterapia; bisogni di continuità assistenziale dopo la dimissione. In questo scenario, la qualità non è solo “fare più terapia”: è fare la terapia giusta, nel modo più sicuro, con obiettivi chiari e con una comunicazione impeccabile tra professionisti. 

Chi immagina l’accreditamento come una semplice raccolta di documenti non ha mai affrontato un percorso JCI fino in fondo. Il cambiamento più importante è culturale: si passa dal “si è sempre fatto così” al “dimostriamo perché lo facciamo così e cosa succede se non funziona”. Per una struttura di riabilitazione, questo significa lavorare in profondità su aree molto concrete: 

Identificazione del paziente e sicurezza di base, sempre. In riabilitazione il rischio si annida nelle routine: sala terapia, palestra, spostamenti, ausili, turni multipli. Standardizzare l’identificazione, la gestione degli spostamenti e la tracciabilità delle prescrizioni riabilitative riduce errori che, nella pratica, possono diventare cadute, traumi, complicanze. 

Valutazione del rischio e piani assistenziali “vivi”. Non basta valutare il rischio cadute all’ingresso e archiviare la scheda. Serve un piano dinamico, aggiornato quando cambiano terapia, farmaci, livello di vigilanza, tolleranza allo sforzo, autonomia. La JCI spinge a rendere questo ciclo continuo e verificabile. 

Comunicazione e passaggi di consegne. Il paziente riabilitativo è seguito da équipe multidisciplinari: fisiatri, neurologi, fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti, infermieri, psicologi, dietisti. Se la comunicazione è debole, la qualità si frantuma. Con JCI, il passaggio consegne diventa un processo strutturato, non un atto informale. 

Gestione dei farmaci e delle terapie ad alto rischio. In riabilitazione si maneggiano anche farmaci e interventi delicati: anticoagulanti, antispastici, oppioidi per la gestione del dolore, sedativi, nutrizione enterale, presidi invasivi, ossigenoterapia. L’accreditamento impone controlli, doppi check, tracciabilità, formazione e monitoraggio. 

Prevenzione infezioni e gestione presidi. Anche fuori dall’acuto, le infezioni correlate all’assistenza possono emergere: cateteri, PEG, tracheostomie, lesioni cutanee, ambienti condivisi. La JCI obbliga a dimostrare che l’IPC (infection prevention and control) non è un protocollo “nel cassetto”, ma una pratica misurata e auditata. 

Sicurezza in palestra e durante le attività di mobilizzazione. Qui la riabilitazione è unica: il rischio non è un incidente raro, è una variabile quotidiana. Sollevatori, carrozzine, ortesi, treadmill, esoscheletri, ausili: ogni dispositivo richiede manutenzione, check, addestramento e gestione delle non conformità. La differenza si vede quando questi passaggi sono sistematici e documentati. 

Il tratto più impegnativo del percorso JCI non è scrivere procedure. È accettare che: 

  • ciò che “funziona” potrebbe non essere sufficientemente sicuro; 
  • ciò che “si sa” potrebbe non essere condiviso da tutti; 
  • ciò che “si fa” potrebbe non essere tracciabile, quindi non migliorabile. 

La JCI chiede una disciplina organizzativa che all’inizio può essere percepita come faticosa ed impegnativa: revisioni documentali, indicatori, audit, simulazioni, gestione eventi avversi e quasi-eventi, analisi delle cause, piani di miglioramento, formazione continua, verifiche di competenza, ma questa fatica ha un valore enorme: trasforma la qualità da intenzione a infrastruttura. 

In Italia, conseguire JCI non significa “essere migliori degli altri” per definizione. Significa qualcosa di più serio: avere scelto di rendersi valutabili secondo un modello internazionale, e aver dimostrato che i processi reggono alla prova sul campo. All’estero, l’accreditamento è spesso letto come un linguaggio comune. Per pazienti internazionali, assicurazioni, network clinici, partner di ricerca e realtà di formazione, la JCI offre un segnale chiaro: la struttura è organizzata con una logica di sicurezza e qualità riconosciuta globalmente. Per la riabilitazione questo ha un impatto specifico: la reputazione non riguarda solo la qualità della terapia, ma la capacità di gestire continuità, fragilità e complessità in modo affidabile. È un biglietto da visita importante per chi cerca percorsi riabilitativi intensivi, programmi post-ictus, post-trauma, neurodegenerativi e per chi valuta la struttura non solo per “cosa fa”, ma per come lo fa.  

C’è anche un equivoco che va evitato: l’accreditamento non è “la visita” perché la survey è una fotografia; il punto è il film, cioè ciò che succede prima e dopo. Una struttura sanitaria o sociosanitaria che lavora bene con logica JCI tende a sviluppare, nel tempo: maggiore uniformità clinica (meno variabilità ingiustificata); più capacità di prevenire eventi avversi; migliore gestione dei reclami come opportunità di miglioramento; dati più solidi su esiti e performance; un senso più forte di appartenenza professionale, perché le regole non sono imposizioni, ma protezioni condivise. E soprattutto, cresce una consapevolezza cruciale: la sicurezza è un lavoro di équipe, non un compito di qualcuno “in più”. 

Io, anche sulla base della mia esperienza di aver portato l’unica struttura di riabilitazione in Italia all’accreditamento internazionale, credo che puntare alla JCI, per una struttura sanitaria e in particolare per una realtà che eroga prestazioni riabilitative, sia una scelta di identità. È decidere di essere trasparenti, rigorosi, misurabili e accettare la complessità di un percorso che mette alla prova tutti: clinici, coordinatori, direzione, servizi alberghieri e tecnici, amministrazione. Perché la qualità non è confinata nel reparto: attraversa ogni passaggio, dalla prima accoglienza alla dimissione, dalla manutenzione degli ausili alla formazione, dalla cartella clinica alla comunicazione con la famiglia. Il prestigio di un accreditamento JCI non sta nel logo. Sta nel fatto che, per ottenerlo, una struttura deve dimostrare di saper garantire, giorno dopo giorno, ciò che ogni paziente merita: cure sicure, efficaci, coordinate e rispettose e in riabilitazione, dove ogni piccolo passo è frutto di lavoro paziente e di fiducia, questa promessa non è un dettaglio: è la base di tutto. 

Dr.ssa Serena Filoni medico specialista in medicina fisica e riabilitativa

Medico Chirurgo Specialista in Medicina Fisica e Riabilitativa con Master in Neuroriabilitazione Pediatrica e formazione manageriale per la direzione sanitaria e di strutture complesse. Ha maturato una solida esperienza di leadership sanitaria, con incarichi di direzione sanitaria aziendale e di struttura complessa, gestione di team numerosi, processi e qualità/sicurezza delle cure. Affianca alla clinica un profilo da innovatrice, come direttore scientifico in ambito R&D e trasferimento tecnologico. È principal intevistigator e responsabile scientifico di vari progetti di ricerca italiani ed esteri. Ha una importante produzione scientifica strutturata: H-index 17 e oltre 70 articoli su riviste internazionali indicizzate oltre a contributi congressuali. È inoltre coinvolta in attività editoriali e scientifiche su temi di tecnologie e robotica in riabilitazione anche come editorial boarding e guest editor.

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