C’è un momento, nella storia di molti pazienti e delle loro famiglie, in cui la frase più pesante non è “la diagnosi”, ma “abbiamo già provato tutto”. Farmaci cambiati più volte, psicoterapia fatta a tratti perché i sintomi non mollano, ricoveri, ricadute, giornate perse, lavoro a rischio, relazioni che si consumano. Mentre, dall’altra parte ci sono le strutture sanitarie: liste d’attesa, casi più complessi, bisogno di risultati misurabili e percorsi moderni senza necessariamente trasformare ogni presa in carico in un percorso ad ostacoli.
In questo scenario sta attirando molta attenzione una tecnologia non invasiva di neuromodulazione: BrainsWay Deep TMS™ (Deep Transcranial Magnetic Stimulation). Non è magia, ma per una parte dei pazienti può diventare l’opzione in più che fa la differenza, soprattutto quando la risposta ai trattamenti tradizionali è risultata insufficiente.
La BraimsWay Deep TMS è una forma avanzata di stimolazione magnetica transcranica: impulsi elettromagnetici vengono erogati tramite una bobina posizionata sul capo, con l’obiettivo di modulare circuiti cerebrali coinvolti nei sintomi. La sua particolarità è appunto la bobina, inserita in un casco imbottito, progettata per una stimolazione più profonda e più ampia rispetto alle bobine tipiche della TMS tradizionale.
Questa tecnologia viene presentata dall’azienda come indicata, a seconda delle autorizzazioni/prescrizioni, per trattamenti nell’ambito della salute mentale e comportamentale, con particolare attenzione alla Depressione Maggiore (MDD), al Disturbo Ossessivo-Compulsivo (OCD) e nel Supporto alla cessazione del fumo (in protocolli dedicati).
Il punto, comunque, non è “avere un’apparecchiatura in più”, ma poter proporre un percorso strutturato, con criteri di eleggibilità, valutazioni pre/post e un monitoraggio chiaro degli esiti, cosa che oggi interessa tantissimo sia ai clinici che alle strutture erogatrici di tali particolari e delicati servizi.
La seduta è ambulatoriale, il paziente resta sveglio e non è necessaria l’anestesia. Il casco viene posizionato sulla testa e durante la stimolazione si può avvertire una sensazione tipo “tapping” sul cuoio capelluto. La durata dipende dal protocollo clinico e dall’indicazione, ma l’impostazione generale è quella di un ciclo di sedute distribuite su settimane. È qui che caregiver e familiari giocano un ruolo importantissimo: aiutano la costanza, la logistica, il “non mollare a metà”.
Nei materiali informativi, gli effetti indesiderati riportati più spesso sono locali e temporanei, come fastidio nella sede di applicazione o cefalea. È inoltre ricordato un rischio raro di crisi convulsiva e la presenza di controindicazioni (ad esempio metalli attorno al capo), motivo per cui la valutazione clinica prima di iniziare il trattamento equivale alla piena sicurezza.
Perché le strutture sanitarie iniziano a guardarla con attenzione
Perché risolve o almeno riduce tre problemi tipici della salute mentale di oggi:
- Percorso ambulatoriale “gestibile”. Sedute programmabili, ripetibili, inseribili in routine cliniche e organizzative.
- Approccio misurabile. Criteri di inclusione, monitoraggio sintomi, valutazioni pre/post: in maniera tale che parlare di esiti non è più un optional.
- Valore anche per chi assiste perché se il caregiver viene informato con chiarezza su qual è il percorso, la sua durata e gli obiettivi, spesso si abbassa l’ansia e aumenta l’aderenza.
Un ostacolo enorme, nella vita reale, è la logistica: lavoro, spostamenti, stanchezza, costi indiretti. Per questo stanno emergendo anche protocolli che puntano a ridurre la frizione organizzativa (sedute più brevi o concentrate, in base ai protocolli disponibili e alla valutazione clinica).
Ma Deep TMS non è “per tutti” e non dovrebbe esserlo. L’idoneità va valutata caso per caso: diagnosi, comorbidità, storia dei trattamenti, sicurezza, obiettivi realistici. La cosa giusta da pretendere, come pazienti, caregiver ma anche da parte delle strutture sanitarie, è un percorso serio: la diagnosi medica, la valutazione iniziale, una spiegazione chiara e, quindi, giusto consenso informato, obiettivi misurabili, follow-up.
Oggi, la scienza e le tecnologie stanno facendo passi da giganti anche nella salute mentale. E non a caso il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030, approvato dalla Conferenza Unificata il 29 dicembre 2025, riorganizza l’assistenza psichiatrica in Italia con un approccio biopsicosociale, spostando il focus dal luogo di cura alla persona.
